Professione reporter: “Le soddisfazioni sono tante ma i mal di testa altrettanto”

Dal Cile a Roma: a soli 29 anni Mariana Diaz ha fatto già molta strada, nel mondo e nella carriera, fino a diventare una vera reporter, il suo lavoro è scrivere e realizzare servizi per la tv nazionale cilena, di cui è corrispondente da Roma.

Ma poiché nel giornalismo ciò che più conta è essere trasversali, collabora anche con il mensile di politica internazionale di Panorama, il lavoro di reporterLookOut News, e ha imparato a dirigere documentari. L’esperienza sempre unica del viaggio, l’incessante scoperta di nuove culture e costumi, la consapevolezza di raccontare la storia che cambia da dietro una videocamera. Sono tanti i motivi che possono farti innamorare di un lavoro come questo: noi le abbiamo chiesto qual è il segreto per diventare professionisti dell’informazione internazionale.

Mariana, come sei arrivata a Roma e come è cominciata la tua storia nel mondo del giornalismo?

Dal Cile, sono arrivata in Italia nel 2003, a 18 anni. Non avevo mai preso l’aereo, infatti il mio primo viaggio è stato proprio quello per venire a vivere a Roma. Non ho avuto molta scelta perché, a portarmi in questa città, sono stati i miei genitori, ma ero comunque molto felice. L’Italia, certo, magari non è un esempio di ordine e precisione, ma ha una bella immagine all’estero. Quando è arrivato il momento di iscrivermi all’università ho scelto Scienze della comunicazione perché volevo diventare giornalista. La decisione l’avevo presa già a 11 anni e non l’ho mai messa in dubbio. Ricordo che una volta mio padre mi regalò un libro di Oriana Fallaci e mi piacque tantissimo la forza della sua scrittura, poi scoprii che un altro mio mito, Gabriel Garcia Marquez, aveva cominciato la sua carriera come giornalista: è un mestiere che mi ha sempre affascinata.

reporter e camerawoman

Quali sono le esperienze di lavoro più formative avute fino ad ora?

I miei lavori più importanti sono quelli realizzati per la televisione. Ho cominciato presto, durante il primo anno del corso di laurea specialistica. Fino ad ora ho lavorato come corrispondente dall’Italia per la televisione nazionale del Cile e a Babel, canale della piattaforma Sky dedicato agli stranieri e alle tematiche inerenti l’integrazione culturale.

– Sappiamo quanto la strada per diventare un giornalista, oggi, sia assolutamente in salita. Se è difficile riuscire a scrivere per un giornale, come si può arrivare alla tv?

La mia occasione è arrivata grazie alla mia nazionalità, ma l’ho comunque inseguita. Quando ho saputo che l’Italia era una delle sedi per le corrispondenze dall’Europa della televisione cilena sono andata a propormi. Mi chiesero subito se sapevo usare la telecamera e dissi di sì (ma non era vero!) e cominciai come operatrice di ripresa. Non era proprio quello che avevo in mente ma accettai il lavoro perché mi avrebbe permesso di imparare molto. E così è stato. Era un impegno fisicamente molto pesante e spesso mi impegnava le sere, i fine settimana e i giorni di festa, ma allo stesso tempo mi permetteva di seguire le lezioni e fare gli esami. Ho fatto la “camerawoman” per 3 anni finché non mi hanno chiesto di diventare corrispondente.

Da che parte si comincia per fare questo mestiere, ci sono corsi universitari più utili di altri o quello che serve è, semplicemente, fare pratica?

L’università è importante perché ti dà una maggiore consapevolezza del lavoro che andrai a fare, ma non basta. Non serve prendere 30 e lode all’esame di giornalismo televisivo se poi la telecamera non la sai accendere, e lo dico per esperienza. Nelle aule universitarie incontri i futuri colleghi, impari qualche tecnica di scrittura e altre nozioni sulla comunicazione, ma ciò che è veramente fondamentale è la pratica. L’ideale è seguire le lezioni e, tempo permettendo, collaborare con giornali, tv, radio, portali on line, ecc. Prima si comincia meglio è. E’ importante anche farsi conoscere perché nel giornalismo le pubbliche relazioni contano molto. Tutti devono sapere che vuoi diventare giornalista. Come facoltà, non bisogna focalizzarsi per forza sulla comunicazione: anche Giurisprudenza, Economia, Relazioni internazionali o Scienze politiche, a mio parere, danno una base di conoscenze solide e utili per fare questo mestiere.

Esistono differenze sostanziali tra giornalismo televisivo e sulla carta stampata?

Sono due strumenti completamente diversi. La televisione è più accattivante ma ha dei limiti, soprattutto temporali. In un servizio di 3 minuti per il Tg riesci solo a dare le informazioni principali su un determinato evento. La potenza del mezzo è l’immagine. La televisione è anche molto complessa dal punto di vista tecnico e l’ideale è saper far tutto, dalle riprese al montaggio, perché può capitare di dover lavorare da soli. Succede spesso che durante un’intervista, premi “rec” e improvvisamente comincia soffiare il vento, passa l’ambulanza, hai la luce del sole sparata in faccia o, peggio, sei in controluce, arrivano i curiosi, e chissà cos’altro. A quel punto ti fermi, aspetti che passi tutto e poi ricominci. Nella carta stampata questo non capita. Fare un’intervista è, dal punto di vista pratico, molto più semplice, ma è un mezzo che esige una preparazione diversa. Quando scrivi un articolo bisogna anche approfondire quel determinato argomento. Il lettore si aspetta più informazioni rispetto alla televisione.

Spiegaci come nasce un servizio giornalistico per la tv…

C’è sempre uno scambio di informazioni tra chi commissiona il servizio e il giornalista, poi, quando impari a conoscere il canale per cui lavori, individui subito cos’è che interessa a loro e al pubblico. L’unico problema è che ti avvertono il giorno stesso quando devi realizzare e inviare un servizio: le notizie non si programmano. In questi casi, quello che serve è, oltre ad avere una nozione sugli eventi, telecamera con batteria carica, schede di memoria vuote, un cellulare, un pc, taccuino per gli appunti e via. Una volta arrivati sul posto si cercano le persone da intervistare e la storia comincia a prendere forma.

reporter in redazione

Quali sono le competenze e le attitudini che bisogna possedere per fare questo lavoro? 

Curiosità, coraggio e capacità di adattamento. Non importa se è carta stampata, tv, radio o web: il giornalismo è un mestiere duro che un giorno ti fa sentire come un paladino dell’informazione e quello dopo ti butta giù. Le soddisfazioni sono tante ma i mal di testa lo sono altrettanto.

Che consiglio daresti a chi sogna di fare il tuo lavoro e quali sono le maggiori difficoltà che si possono incontrare?

Bisogna essere volenterosi e consapevoli che c’è sempre da imparare. I peggiori difetti dei giornalisti sono l’arroganza e la vanità: questi non devono mai prendere il sopravvento. La difficoltà più grande è proprio quella di non trovare un lavoro stabile perché, ahimè, non è un buon momento per il giornalismo, è per questo che è importante cominciare il prima possibile. Una buona strategia è quella di tenere i piedi in due, o più, scarpe. Lavorare per diversi mezzi è anche più stimolante.

Progetti per il futuro?

Mi piacerebbe lavorare ancora in televisione e continuare a realizzare documentari. Fino ad ora ne ho girati tre ed è stato bellissimo. Sono stata nel Sud del Cile per raccontare la storia di una piccola comunità italiana nascosta fra le Ande, ho realizzato un reportage sugli atleti stranieri nati in Italia ma che non possono gareggiare con la maglia azzurra perché non hanno la cittadinanza. E poi sono andata a Cipro, per incontrare dei rifugiati siriani a Nicosia. Vorrei potermi dedicare ai documentari e magari avviare un’agenzia di produzione.

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