Matteo Renzi, sindaco di Firenze: “In politica la penso come Bono Vox”

Su Walk on Job, precursore di StudentsLife, eravamo stati lungimiranti e avevamo già intervistato Matteo Renzi, quando era ancora sindaco di Firenze nell’aprile 2011. Oggi che è presidente del consiglio vi riproponiamo l’intervista.

Matteo Renzi, (nella foto), il sindaco più amato d’Italia (stando agli ultimi sondaggi), ha l’aria di essere sempre «l’uomo giusto al posto giusto». Giovane, sposato e padre, vive una vita da 36enne fuori dal comune. Al grido di «rottamiamoli» sta portando avanti la sua battaglia per il rinnovamento del suo partito. Con una grande ribalta e una forte esposizione mediatica che lo ha velocemente portato a essere molto matteo renziacclamato. Eppure dice di non ambire al ruolo di Pierino né a quello di guastafeste, dentro il Pd. Lo abbiamo incontrato per capire (e carpire) il segreto del suo successo.

Ti stai dimostrando molto capace nell’influenzare il dibattito nel nostro Paese. Come sei riuscito a fare tutto questo?
«Ho il brutto vizio di dire quello che penso e rivendico il diritto di poter esprimere la mia opinione, come sindaco di Firenze, anche in riferimento al dibattito politico nazionale ».

Cos’è per te la politica?
«Mi piace citare Bono Vox, che sostiene che “i politici sono i depositari dei sogni delle persone”. La politica è un privilegio nel senso che è una straordinaria opportunità e una grandissima responsabilità».

Guardiamo ai giovani, a quelli che vorrebbero fare politica e impegnarsi per una causa collettiva. Che percorso consiglieresti di fare?
«Studio, tantissimo, e senza pensar mai di essere arrivati. Ma anche passione, e voglia di impegnarsi a fondo per gli altri. Ed infine un rapporto costante con la propria realtà. Troppo spesso negli ultimi tempi la politica ha dimostrato di essere autoreferenziale, troppo lontano dai bisogni e dai sentimenti delle persone “normali”».

Secondo te, c’è un percorso di studi preferibile ad un altro? La politica si può “improvvisare”?

«Nessun mestiere si può “improvvisare”, tanto meno quello che ti porta ad occuparti dei destini delle persone. Io sono laureato in Giurisprudenza, e chiaramente conoscere il diritto non può che essere utile nell’amministrazione di una città, ma non credo che un sindaco non possa anche essere un filosofo o, che so, un ingegnere».

A proposito di università, ci racconti un aneddoto di quando eri studente?

«Il vizio della polemica ce l’avevo anche all’Università. Ho frequentato poco, lavoravo, e ho pensato bene di litigare con uno dei commissari in sede di tesi di laurea, uno dei professori più noti della facoltà. Non mi contestava la tesi, che magari non aveva letto, ma il periodo storico cui faceva riferimento, gli anni di La Pira. Secondo me fu anche per quel plateale litigio che mi laureai con un voto raro e anche un po’ stupido: 109».

Rottamiamo quello che non va in Italia. Rispetto al mondo del lavoro, se tu fossi a capo del governo come affronteresti la disastrosa situazione italiana?
«La drammatica situazione economica e lavorativa attuale non è di facile e immediata soluzione. Però in qualche caso si potrebbe intervenire subito. Dico qualcosa di politicamente scorretto, il sindacato non ha sempre ragione. Fa il suo mestiere, più o meno bene, ma non ha più la rappresentanza che aveva anni fa. L’Italia non può perdere tempo a interrogarsi solo sui minuti da dedicare alla pausa mensa, anche perché ci dimentichiamo dei lavoratori precari che la pausa mensa neppure sanno cosa sia. Nei prossimi vent’anni l’Europa avrà la propria ricchezza dimezzata: è su questo che bisogna costruire serie politiche del lavoro che evitino delocalizzazioni selvagge e creino incentivi veri, in termini di infrastrutture, anche digitali, e snellimento burocratico. Altra cosa politicamente scorretta: dimezzare il numero degli atenei e abolire il valore legale del titolo di studio. Sono cresciuti in maniera inaccettabile i corsi, le cattedre, le facoltà, senza contare i corsi on line, veri e propri laureifici che offrono solo scorciatoie e non vero apprendimento».

Hai già una famiglia, tre figli. Come fai a tenere insieme tutto? È la politica che ti ha aiutato a crearti una stabilità o cos’altro?
«Tutt’altro. Quello che mi crea più rammarico è il tempo sottratto ai miei affetti per fare il sindaco o comunque per seguire la politica in generale, anche se cerco di ritagliarmi spazi tutti per i miei figli e mia moglie».

Qual è la tua visione dei giovani di oggi, quelli tra i 25 e i 35 anni?
«Una bella visione. Conosco molti giovani, ricevo molte mail e suggerimenti da persone che hanno meno anni di me e di giovani è fatto il mio staff: portavoce, ufficio stampa, collaboratori stretti. Sono miei coetanei, li ho scelti io. Sono preparati, entusiasti, appassionati, magari anche arrabbiati, vogliono provare davvero a cambiare le cose».

Il tuo libro: Fuori! A chi ti rivolgi con questo testo? Chi dovrebbe, secondo te, assolutamente leggerlo?
«Assolutamente leggerlo, nessuno! Ci mancherebbe altro, anzi se si ha voglia di leggere un libro più serio consiglio vivamente Togliamo il disturbo – Saggio sulla libertà di non studiare di Paola Mastrocola, una che di scuola se ne intende. Il mio si rivolge invece a chi ha ancora voglia di non rassegnarsi alla “palude” in cui è impantanata l’Italia e crede in una via d’uscita».

Anche voi vorreste entrare in politica? Leggete qui qualche spunto su corsi e formazione per muovere i primi passi nel settore.

Susanna Bagnoli

pubblicato sul numero 5 di Walk on Job

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