LATINO E GRECO A SCUOLA. PERCHÈ?

È da tempo ormai che si sente di qualcuno che crede opportuno ridurre, se non addirittura eliminare, l’insegnamento delle “lingue morte” dai licei. A quanto pare, il motivo è che esso non è più utile ai giorni nostri, epoca della tecnologia.

Indipendentemente da tutto, questa voce provoca molto chi ha un minimo di interesse alla cultura e all’educazione dei giovani. Oggi, ha ancora senso insegnare le lingue morte?

Per rispondere a questa domanda occorre chiedersi cosa si voglia dalla scuola, quale sia il suo scopo. Credo che il senso della formazione primaria e secondaria non sia quella di “riempire dei contenitori” con nozioni, ma quella di educare i ragazzi a un critical thinking. La parola “criticità” viene per lo più considerata negativa, sinonimo di “polemica”. Non è questo il suo significato primo. Etimologicamente, l’atteggiamento critico è quello proprio dei giudici che devono vagliare tutto ciò che hanno di fronte, come se avessero un setaccio, per trattenere ciò che è buono.

Il latino e il greco possono essere utili in questo senso perché sono materie che ti chiedono di prendere in considerazione più possibilità di traduzione per poi scegliere la più adeguata con il testo da tradurre. Per scegliere la via migliore occorre tenere in conto di tutti i fattori presenti in una frase: se non fai attenzione a tutti i dettagli non puoi tradurre adeguatamente. Allo stesso tempo, però, non puoi slegare i singoli fattori dal tutto, dal contesto.

Oltre ad una motivazione di tipo metodologico, vale la pena continuare a insegnare latino e greco anche per un fatto culturale. “Noi siamo nani sulle spalle di giganti”, diceva Bernardo di Chartres, e per questo non possiamo capire chi siamo prescindendo dai “giganti” su cui stiamo. Fuor di metafora, per capire chi sono e in che mondo vivo è importante (direi necessario) guardare da dove vengo, ovvero la storia che mi precede.

Sono tanti gli esempi che si possono trovare di persone che hanno avuto una formazione classica che, pur facendo tutt’altro nella vita, è risultata molto utile nell’esercizio della loro professione. In un articolo di Tonelli, edito da Il Sole24Ore, si legge: “Nel mondo della ricerca dura […] lavorano moltissimi scienziati che hanno scelto di fare fisica proprio perché hanno fatto studi classici. […] Cos’è che rende gli studi classici così adatti a formare la base per una preparazione scientifica d’eccellenza? Non è solo il rigore che richiedono e neanche l’ampiezza della formazione culturale che ti danno. Tutti ingredienti essenziali per attività che ti spingono ad allargare lo sguardo per esplorare sentieri mai battuti. Prendiamo proprio la traduzione dal greco e dal latino. Sei lì che combatti con il vocabolario per cercare di dare un senso compiuto ad un gruppo di frasi e ti sembra di avere trovato la chiave. Soltanto che non riesci a sistemare un piccolo, infimo dettaglio. Ed ecco che di colpo, per risolvere l’incongruenza, dovrai capovolgere tutto e abbandonare definitivamente quella che un istante prima ti sembrava un’ipotesi molto ragionevole. […] Capita molto spesso, in fisica, che per accomodare un piccolo particolare, apparentemente insignificante, siamo costretti ad abbandonare la congettura che ci aveva guidato fino a quel momento. E ogni tanto, questo stesso meccanismo apre le porte ad un nuovo paradigma”.

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