La diversità nella società multiculturale

Diversità è una parola che dobbiamo rimparare a utilizzare. Molto spesso attribuiamo a questa parola una connotazione negativa che non ha: volenti o nolenti tendiamo a pensare che il diverso sia in qualche modo inferiore. Come se non bastasse, diversità è diventato sinonimo di disabilità (i disabili sono diventati i diversamente abili); non lo è affatto.

Diverso rispetto a “x” è semplicemente tutto ciò che non è “x” stesso. Perché il non-essere “x” dovrebbe essere un di meno? Non si sa.

L’uomo ha per natura bisogno del diverso: senza i genitori non nasce, senza la mamma non mangia, senza la famiglia non impara a camminare, non impara a parlare, senza la maestra non impara a leggere e a scrivere, senza la donna non può mettere al mondo un figlio, etc. Tutto ciò ci aiuta a capire che la diversità non solo non è sinonimo di inferiorità ma che è necessaria per la vita dell’uomo.

La diversità può essere declinata in molti modi differenti: esistono sessi diversi, luoghi diversi, culture diverse, visioni del mondo diverse, convinzioni diverse, religioni diverse, etc.

Certo, il fatto che diversità non sia sinonimo di inferiorità non esclude che sia possibile fare un confronto tra cose diverse e dire “questo è meglio di quello”. Per fare questo però occorrono dei valori di riferimento su cui è possibile discutere, almeno parzialmente.

Comprendere che la diversità possa non essere negativa ma portatrice di valore permette di gustare la profondità delle parole di Bauman quando alla domanda “Perché secondo lei il Papa è convinto che [dialogo] sia la parola che non ci dobbiamo stancare di ripetere? Alla fine il dialogo cos’è?” risponde: “Insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore. Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori. Si tratta di una rivoluzione culturale rispetto al mondo in cui si invecchia e si muore prima ancora di crescere. È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentraci sugli obiettivi a lungo termine. E questo è il pensiero di papa Francesco, il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen”.

Articolo predecente:

Articolo successivo: