“GLI STUDENTI UNIVERSITARI NON SANNO SCRIVERE IN ITALIANO”

“Gli studenti universitari non sanno scrivere in italiano”. Ultimamente queste parole risuonano molto sui social. Come mai?

Fatto. Oltre 600 docenti universitari hanno firmato un appello, indirizzato al presidente della Repubblica, per chiedere al governo e al parlamento «interventi urgenti» contro il «semianalfabetismo» dei loro studenti, accusati di scrivere malissimo in italiano e di commettere gravi errori di sintassi, grammatica e lessico.

Stralcio dalla lettera. «È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. […] A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento: una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni; l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano. Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola».

Dunque, come al solito non è corretto “fare di tutta l’erba un fascio”; ci sono studenti universitari molto abili a scrivere. Detto questo, rimane vero che la maggior parte di essi è invece incapace. Questa grave mancanza emerge al momento della stesura della tesi, in cui il professore si trova a dover insegnare al suo tesista la grammatica italiana, oltre a insegnarli come si fa una tesi. Questa è sicuramente una gran perdita di tempo.

È interessante quello che scrive Il Giornale a proposito: “una cosa è certa: gran parte delle responsabilità di questo fenomeno è ascrivibile proprio alla crisi dell’intero sistema formativo”. Del resto, come può uno studente imparare a scrivere se nessuno glielo insegna seriamente e con costanza?

Credo che però quest’ultima considerazione rimanga parziale se non tenesse conto di un altro fattore fondamentale che c’è in gioco: la tecnologia. Oggi le occasioni di scrivere a mano sono veramente poche, soprattutto per un ragazzo del XXI secolo che nasce già con lo smartphone in mano.

Prendendo atto della situazione complessa, credo che le soluzioni al problema siano due: (1)rinforzare, come chiedono i professori nella lettera sopra citata, i momenti di verifica nella scuola e (2)istituire dei momenti di scrittura nelle università.

In cosa consistono i “momenti di scrittura nelle università”?. Credo che siano due le cose da fare: (a)proporre seminari di scrittura argomentativa con una serie di “mettiti alla prova” in cui lo studente può prendere atto dei suoi errori e cercare di correggerli. Inoltre (b)sfruttare la modalità “paper” per tutti quegli esami che lo permettono. Nel caso in cui il “paper” non fosse sufficiente a verificare i contenuti dell’esame si può sempre affiancare ad esso un colloquio orale.  La modalità “paper” è veramente utile perché, oltre a costringerti a scrivere in italiano, ti chiede di elaborare i tuoi pensieri in modo tale che l’interlocutore capisca bene quanto vuoi dire.

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