DJ FABO: QUALE DIRITTO?

Aprendo il sito dell’ @ANSA, per consultare le notizie del giorno, leggo: «L’appello del Dj Fabo: “Presidente vorrei essere libero di morire”». La reazione che ho avuto di fronte a queste parole è stata la tenerezza. Mi immaginavo lo sconforto di un uomo di 39 anni a letto, tetraplegico, cieco, condannato a una “notte senza fine” a causa di un grave incidente in auto, dopo aver passato la sua vita a “fare di tutto”, come dice lui stesso. Proviamo a immedesimarci. Cosa può provare un uomo così?

Però leggendo gli articoli in merito sul web pensavo: chi è l’uomo per decidere di morire? Cioè, che diritto ha l’uomo, anche il più scalcagnato, di porre fine alla propria vita? C’è per caso qualcuno di noi che ha deciso di nascere, di dove nascere, di come nascere? Capisco tutte le “difese” che si possono fare in favore della richiesta di Dj Fabo; ma la domanda rimane.

@Adriano Pessina, in “Bioetica. L’uomo sperimentale”, spiega molto chiaramente come mai il “diritto di morire” non sia un vero diritto. “Oggi -dice- l’eutanasia non è presentata come una prassi volta alla discriminazione tra gli uomini, ma come un atto di pietà, di aiuto a chi soffre. […] Da qui l’espressione, insolita, che rivendica il diritto di morire. Accettare la tesi che esista un simile diritto, significa mettere in conto, allora, il fatto che esista anche un preciso dovere di uccidere. Ma a chi può essere attribuito simile dovere e in base a quali motivazioni?”.

Il diritto di morire esiste oppure no? “Questo diritto -spiega Pessina- non ha fondamento: disporre della propria esistenza non equivale a disporre di se stessi, poiché con il suicidio viene meno proprio questa possibilità. L’esistenza, anche la propria, è indisponibile semplicemente perché […] è la condizione stessa per poter disporre di se stessi”.

“Nel dibattito sull’eutanasia -prosegue Pessina- ciò che spesso è posto a tema è il “dolore”, cioè la componente fisica dell’uomo, ed è di fatto trascurata la “sofferenza” nella sua specificità, che può esistere anche indipendentemente dal dolore. […] Il significato umano sotteso al proclamato diritto di morire ha infatti a che fare con la sofferenza e solo riflettendo su di essa si può comprendere perché l’eutanasia non è una risposta a questo preteso diritto”.

“La sofferenza -conclude Pessina- indica una richiesta di senso e laddove la vita sia privata di un qualche senso (significato e direzione) si è condotti a ciò che Kierkegaard chiama la malattia mortale, cioè alla disperazione. Nella richiesta di morte si manifesta la solitudine esistenziale dell’uomo contemporaneo, il quale soffre non soltanto del dolore ma dell’imminenza di un evento che gli appare come cieco, di un ostacolo che non può essere superato”.

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