DALL’AMORE NESSUNO FUGGE. APAC: IN BRASILE UN CARCERE SENZA CARCERIERI

L’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha ospitato la mostra che spiega l’origine e l’evoluzione del progetto APAC, proposta e spiegata da un gruppo di studenti, e anche un incontro con uno dei responsabili del progetto: Tatiana Faria.

APAC significa: “Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati”. Il tema delle carceri e del reinserimento nella società è delicato perché ci costringe a compararci con parole come perdono, misericordia, carnefice e vittima. In America Latina e in particolare in Brasile la violenza aumenta, sembra che la sicurezza sia un sogno irraggiungibile per l’attuale società, la gente si sente sempre più minacciata in prima persona, bombardata da notizie di furti, assalti, stupri di massa su giovani donne, come è avvenuto di recente a Rio de Janeiro. Le vittime crescono spaventosamente, si percepisce che il cerchio si stringe e che in qualsiasi momento ognuno di noi potrà essere vittima della criminalità. Come risposta lo Stato ha incrementato fortemente la via del carcere e la società ha messo in dubbio il concetto di risocializzazione dei detenuti, in un sistema dove il costo del detenuto è altissimo ed equivale ad un investimento tre volte maggiore di quello che serve a mandare un bambino a scuola. In questo contesto sul suolo brasiliano da oltre quarant’anni esistono le APAC (Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati), un’esperienza che sorprende per l’originalità del metodo e per i risultati, e si inserisce in modo contundente e provocatorio nel dialogo internazionale sul tema.

«Ho scoperto il metodo APAC attraverso un libro di Mario Ottoboni e abbiamo portato l’esperienza a Itauna, ma non è stato facile convincere la società che vedeva come norma in tutte le parti del mondo un pregiudizio radicato nella nostra cultura, l’idea che il condannato deve soffrire, che l’unico bandito buono è il bandito morto. Questo pregiudizio radicato nella nostra cultura, questo errore che la società continua a portare avanti, consiste nel credere che solamente arrestare e condannare possa risolvere il problema quando invece, una volta eseguita la pena, coloro che sono stati abbandonati dietro le sbarre torneranno peggiori. Non è stato facile convincere le autorità, il potere giudiziario, il ministero. Come potevano credere nell’esperienza di una prigione senza poliziotti, senza armi, dove i detenuti sono responsabili del carcere? Sono stati anni molto difficili, che hanno richiesto dedizione, forza e rinunce. Vi sono stati 17 processi giudiziari, nei primi anni si è provato di tutto per cercare di metterci dietro le sbarre. Hanno cercato in ogni modo di porre fine alla nostra esperienza. Abbiamo ricevuto minacce di morte per oltre quattro mesi, ma non è servito. Niente e nessuno ci hanno allontanato dal nostro cammino, dal nostro obiettivo di soccorrere i fratelli detenuti e coloro che erano abbandonati dietro le sbarre. Non ho dubbi che sia stata la nostra perseveranza, il nostro coraggio e, ancor più di questo, la nostra forza cristiana che ci ha consentito di convincere le autorità locali e il nostro giudice, Paolo Antonio de Carvalho, che voglio ringraziare e ricordare in questo momento, perché è stato lui il primo ad avere l’iniziativa e il coraggio di consegnare un carcere a noi, ente civile che si chiama APAC, affinché l’amministrassimo, lo gestissimo, senza la partecipazione della polizia, senza armi, senza vigilanza esterna. Oggi le cose sono cambiate perché un’opera come APAC, anche se è nata in Brasile ed è un metodo puramente brasiliano, è un’opera di Dio e come tutte le opere di Dio, non può rimanere bloccata tra muri. È per questo che con la grazia di Dio il metodo APAC si è diffuso. Oggi a Minas Gerais già abbiamo quaranta APAC, quaranta prigioni gestite senza poliziotti, e persone che hanno visto in Brasile la nostra esperienza ora la portano qui in Italia. Sono tutte opere di Dio. Perché in qualsiasi paese del mondo, in qualsiasi prigione del mondo, dove vi siano un uomo o una donna condannati, che soffrono, abbandonati, sono nostra responsabilità, sono una mia responsabilità.  [Valdeci Antônio Ferreira, Direttore Generale FBAC (Fraternidade Brasileira de Assistência aos Condenados) in un intervento al Meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini]

Le APAC sono delle carceri dove i “recuperandi”, come sono chiamati i detenuti, scontano la pena come stabilito dalla legge ma attraverso una metodologia basata sulla umanizzazione della pena stessa, trasformando così il carcere in una circostanza di risocializzazione reale e di re-inserimento nella società.

L’esperienza delle APAC nasce nel 1972 nello stato di San Paolo su iniziativa del fondatore l’avvocato e giornalista Mario Ottoboni ed è il “risultato della società civile organizzata, che assume la responsabilità di rispondere a una necessità molto grave, che è il sistema carcerario brasiliano, e indica una soluzione”.

Le APAC nascono dal basso, da persone legate al territorio, che si mettono in gioco per decentralizzare la costruzione di carceri, in presidi di piccole dimensioni (ospitando non oltre 200 persone), permettendo alle comunità di assumere direttamente la responsabilità del recupero dei detenuti stessi.

Nello stato brasiliano del Minas Gerais l’autorità pubblica ha riconosciuto e valorizzando tale esperienza. È stata emanata una legge per riconoscere le APAC come soggetto privato senza fini di lucro, per contribuire col potere giudiziario nella esecuzione penale, il quale ha intravisto e abbracciato questa nuova esperienza vedendo in essa una possibilità alternativa al sistema comune.

Nello stato del Minas esistono 39 unità in funzionamento che ospitano quasi 3.000 detenuti su un universo totale di 67.000 in tutto il territorio. Altre 50 associazioni APAC sono state costituite, e lo stato di Minas si è posto come meta quella di raggiungere il 10% del numero di detenuti ospitati nelle APAC entro il 2017 (oltre 6.000 detenuti). Molti stati brasiliani hanno aderito al metodo, dove esistono 9 APAC in funzionamento e 148 in attesa di avvio e il modello si è diffuso oltre il Brasile con una presenza in altri 23 paesi nel mondo.

Il metodo si basa su tre pilastri: l’amore incondizionato, la disciplina e la fiducia, elementi fondamentali che nascono da molti anni di convivenza con i detenuti.

«A 19 anni tornai in carcere: dopo due anni di detenzione, ricevetti una condanna di 36 anni. Dovevo rispondere di tutti i reati possibili in altri 27 processi. Il giudice che seguiva il mio caso disse che non c’era soluzione né speranza, per me, che sarei morto dietro le sbarre, che ero un mostro, che non sarei dovuto nascere. L’unica cosa a cui pensavo era riuscire a fuggire dal carcere ma ero molto sorvegliato in quanto leader di una banda importante. Dopo dieci anni trascorsi nel sistema tradizionale, arrivai ad un regime differenziato di pena, in una cella di sei metri quadri in cui eravamo quasi 20 persone. Avevamo due rotoli di carta igienica e una saponetta per lavarci in trenta giorni, non si poteva andare al sole, non potevamo avere visite ed erano vietati i contatti con il mondo esterno, soprattutto con la famiglia. In questo carcere ho ricevuto molte ferite nel corpo: quando ho chiesto dei farmaci per curarmi, ho ricevuto soltanto un poco di disinfettante. Quel giorno gli agenti hanno perquisito la cella mia e dei miei compagni. Ricordo che chiesi loro di uccidermi, perché non ne potevo più. Non ho chiesto di nascere nella famiglia dove sono nato, non era il mio sogno diventare la persona che ero diventato. Dopo tutto questo, sono tornato nel carcere della mia terra natìa. Un giorno ho trovato una Bibbia. Per la prima volta l’ho aperta al Vangelo di Giovanni, versetto 8,32 in cui si dice: “Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi”. Pregai Dio, anche se in realtà era una sfida, dicendogli che se veramente esisteva doveva cambiare la mia vita. Se l’avesse fatto e fossi uscito da lì, avrei dedicato la mia vita alle prigioni, parlando con i detenuti, raccontando loro l’esistenza di Dio. Dopo alcuni giorni, il giudice che si occupava del mio caso da quasi dieci anni mi trasferì in un APAC: è stato difficile perché lì ho trovato tutti i miei nemici, soprattutto coloro che avevano ucciso mio fratello. Ma mi resi conto subito che era diverso. Fui mandato per quattro giorni ad un ritiro spirituale dove conobbi Valdeci. All’inizio pensai che era un prete, un pastore, perché parlava sempre soltanto di Dio. Una persona nata dov’ero nato io, non poteva credere in Dio. Ma il terzo giorno, qualche cosa cambiò. Seguivo una terapia della realtà: ci dovevamo confrontare con i nostri reati. Durante questo dialogo, entrai in una trance spirituale per cui iniziai a parlare della persona che odiavo da tutta la vita, mio padre. Se avevo un sogno, era ucciderlo a causa della situazione in cui aveva lasciato me e i miei fratelli. Quando uscii da questa trance, ero in lacrime, piangevo per le cose difficili della mia vita. Valdeci mi abbracciò e io lo ringraziai dicendo: “Oggi esco dal crimine!”. Grazie alle sue parole, avevo capito che mio padre non poteva darmi amore perché lui stesso non ne aveva ricevuto. Quando tornai all’APAC, venne in visita mia madre che mi disse: “Tuo padre è qui per vederti!”. Dopo 27 anni, per la prima volta, avrei conosciuto mio padre. È stato un incontro indimenticabile, un mix di emozioni. Ricordavo le parole di Valdeci e quel giorno dissi a mio padre: “Voglio chiederti una cosa! Non ti ho avuto durante la mia infanzia come gli altri bambini hanno un padre, ma posso ancora chiederti una benedizione, voglio dirti che ti amo e che ti perdono!”. Fu una giornata indimenticabile. 27 anni di tristezza e di amarezza sono caduti e si sono disintegrati in un momento. Poi ho continuato la mia vita e non ho più rivisto mio padre fino ad oggi. Nell’APAC ho studiato, ho ricevuto una formazione, ho imparato ad essere una persona diversa nella mentalità e nel comportamento. Oggi sono sposato, ho tre figli e una moglie meravigliosa: da quando ho lasciato APAC, sono otto anni che ho un libretto di lavoro firmato». (Daniel Luiz da Silva, ex carcerato)

Quello che più sconvolge nel visitare le APAC è la testimonianza che ci offrono: un uomo cambia non attraverso parole vuote, regole, punizioni ma attraverso uno sguardo d’amore che gli permette di comprendersi. Un uomo può accettare liberamente di essere chiuso in una cella solo se è cosciente del senso di quell’azione e quindi del male commesso. Per riconoscere il male, però, occorre fare esperienza del bene e, grazie a Dio, ci sono persone che aiutano i vari detenuti in questo percorso conoscitivo.

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