SPECIALE BIOLOGIA E BIOTECNOLOGIE/3. Chi parte e chi resta

Chi parte e chi resta, chi fa ricerca e chi entra in azienda: per voi, nel terzo SPECIALE BIOLOGIA E BIOTECNOLOGIE, un’intervista doppia: a Chiara Nicolotti, informatrice medico-scientifica, e Edoardo D’Imprima, ricercatore in Germania.

Chiara, tra la passione per la scienza e quella per le persone.

Perché hai deciso di studiare scienze biologiche?

«Non ho scelto subito, perché il liceo pecca di lontananza dal mondo dell’università. Mi sono iscritta a tecniche erboristiche seguendo la passione per le materie scientifiche. È stato facendo l’esame di biologia che ho capito che era quella la materia che volevo studiare».

Una storia a lieto fine: ti iscrivi all’università e trovi la materia della tua vita…

« La mia vera fortuna è stata un’altra: aver continuato a lavorare durante gli anni dell’università».

Qualcuno non la definirebbe proprio una fortuna…

«Beh, per me lo è stata, invece: ho sempre fatto la cameriera, la hostess, la commessa continuando a coltivare le capacità di relazione con gli altri. Questa empatia è utilissima nel lavoro di informatore medico scientifico che faccio ora».

Come l’hai trovato?Nicolotti

«Dopo l’università, ho fatto l’esame per diventare biologa. Sapevo però che non ero fatta per chiudermi in un laboratorio di analisi, ma per stare con la gente. Così quando ho scoperto per caso che una casa farmaceutica cercava informatori medico-scientifici ho pensato: perché no? E sono andata a fare il colloquio»

E ti hanno presa?

«Si. Prima ho dovuto fare il corso e l’esame per diventare agente di commercio; in questo caso monomandataria, cioè lavoro solo per una sola azienda. E poi aprire la partita Iva: per me in questo caso è molto conveniente, ho un fisso che mi viene dato sempre – anche ad agosto, quando l’azienda è chiusa – e in più guadagno con delle provvigioni sul venduto. A me sono affidate cinque province in cui promuovere i prodotti della mia azienda e io mi organizzo come voglio. Tendenzialmente metto la mattina presto gli appuntamenti in studio e nel pomeriggio faccio il lavoro da casa. So di aver trovato il lavoro giusto, ci sono qualità “innate” che devi avere per farlo; non puoi essere pigro, ma devi essere sveglio, organizzato, con buone capacità relazionali e grinta. Io non sarei mai stata una buona ricercatrice, invece non c’è una volta in cui mi dica “non ho voglia di lavorare».

Edoardo e l’avventura dell’estero: un sogno che si realizza

Edoardo ha ventisei anni, e già da piccolo diceva che avrebbe fatto lo scienziato. Dopo il liceo scientifico, non voleva darsi alla “solita ingegneria” o rischiare di arenarsi senza specializzazione sui banchi di scienze biologiche. Così si è iscritto a biotecnologie: un compromesso condito d’innovazione tra le due facoltà. Ma anche in questo caso, non tutto è andato liscio come sembrava. Perché? «Intanto credo ci sia un errore nell’eccesso di specializzazione in biotecnologie. Ad esempio, tra il corso di biotecnologie mediche e quello di biotecnologie industriali non c’è così tanta differenza nelle materie di studio, né nei laboratori: a volte tutto si riduce alla biologia molecolare».

Come hai “ovviato” a questo problema?

Edoardo«Per la laurea specialistica ho chiesto di fare la tesi in azienda, in una casa farmaceutica, dove sono stato 15 mesi. Volevo acquisire competenze nuove e approfittarne per affacciarmi su un mondo internazionale in un’azienda multinazionale: del resto, per me questa è stata la carta vincente per fare il dottorato. Io, poi, volevo lavorare nell’ambito della biologia strutturale, che richiede strumenti, come gli acceleratori di particelle, che la ricerca universitaria in Italia non poteva darmi» .

Questa tesi in azienda ti ha aiutato?

Sì, alla fine per due anni ho lavorato lì. Ma non mi bastava, volevo seguire le mie passioni, fare lo scienziato. Ho chiesto di essere spostato di divisione perché volevo occuparmi di drug discovery, scoprire nuovi medicinali. L’ipotesi era andare alla sede centrale in Germania, ma non sempre fare ricerca a nome di un’azienda è semplice. Ad esempio, spesso non hai la possibilità di pubblicare le ricerche a tuo nome, ma puoi farlo solo a nome dell’industria per cui lavori.  Allora ho preso il coraggio a due mani e mi sono licenziato, iniziando a mandare il mio curriculum all’estero, nei centri di ricerca più famosi, come Eth, in Svizzera, per fare il dottorato».

E ha funzionato?

«Sì: all’estero il dottorato non è come in Italia, è concepito come un vero e proprio lavoro, io ho fatto un colloquio come per un’azienda. Ovviamente ero informatissimo sui luoghi in cui stavo andando anche grazie a uno strumento molto accessibile che consiglio a tutti: Linkedin. Ho usato il Social Network per contattare i professori che studiavano, all’estero, qualcosa che mi interessava. E da parte loro ho trovato molta disponibilità».

Hai qualche consiglio per chi vuole intraprendere il tuo percorso?

«Se dovessi parlare con un diplomando, gli direi di scegliere la propria passione, almeno al 95%, lasciando un 5% di sano realismo. E di non arrendersi se ti remano contro: devi credere in quello che vuoi fare. Ultima cosa: mai avere paura degli imprevisti. Possono portare le novità più interessanti».

Per leggere le altre puntate dello speciale BIOLOGIA E BIOTECNOLOGIE, clicca qui:
SPECIALE BIOLOGIA E BIOTECNOLOGIE/1. Primi passi: le differenze tra biologia e biotecnologie.
SPECIALE BIOLOGIA E BIOTECNOLOGIE/2. Come si diventa nutrizionista. 

Articolo predecente:

Articolo successivo: