Andrea Vaccari: da uno sgabuzzino a Facebook grazie a un’App

Andrea Vaccari è un ragazzo che, come tanti altri della sua età, 29 anni, passa intere giornate su Facebook. La differenza è che lui lo fa per lavoro. Già, ogni mattina si alza e raggiunge il suo ufficio, nella sede del social network più famoso al mondo. Come è riuscito ad arrivarci? Cominciamo dall’inizio: Andrea viene da Verona e, terminato il liceo, si iscrive al corso di Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano. All’ultimo anno viene scelto per un double-degree, cioè un programma di scambio di sei mesi da trascorrere alla University of Illinois di Chicago e che gli serve per ottenere una doppia laurea, cioè un titolo di studio valido sia in Italia che in America.

Al termine dell’università decide di restare altri sei mesi ed è così che, per i successivi quattro anni, si ritrova a girare gli Stati Uniti. Frequenta un master in Computer Science a Chicago, poi viene selezionato per uno stage a Google, a Menlo Park, California, e, successivamente, per un progetto al Mit, una delle più importanti università di ricerca nel settore IT del mondo, con sede a Cambridge, nel Massachussets. Due posti di lavoro, due proposte per restare, ma lui rifiuta. Cambia quattro città diverse nel giro di pochi anni e si accorge in fretta qual è la maggiore difficoltà del trasferimento: instaurare rapporti di amicizia, trovare persone con cui condividere gli stessi interessi. Ed è proprio così che nasce l’idea che gli cambierà di vita, da una necessità. Ad essere sinceri Andrea dava per scontato che non ci fosse bisogno di inventare nulla: appena acquistato il suo primo iPhone pensa solo ad andare sull’Apple Store e scaricare un’applicazione che gli permetta di trovare persone attorno a lui che condividano i suoi stessi interessi. Niente. La maggior parte offre servizi di incontri e dating, ma nulla che lo aiuti a trovare persone con cui ha amici in comune, o che, per esempio, hanno frequentano la sua stessa università.

Andrea intravede in questo problema, certamente condiviso da altri, l’opportunità per una creare la sua app, e comincia a svilupparne un prototipo, chiamando in causa un altro italiano, Alberto Tretti, conosciuto a Chicago, e il canadese Gabriel Grise. Siamo nel 2010, i tre ragazzi decidono di investire i risparmi della loro (breve) vita per realizzare Glancee, applicazione che si fonda sul concetto del social discovering, cioè sulla possibilità di geolocalizzare e mettere in relazione persone che, sulla base dei propri interessi espressi attraverso i social network e della zona geografica in cui risiedono, possono conoscersi o risultare affini. L’idea è buona e, soprattutto, utile, ma non decolla. Gli altri due ragazzi coinvolti in questa avventura cominciano a cedere… forse non ne vale la pena. Andrea rimane solo, senza soldi, senza contatti, vive nello sgabuzzino di un amico: decide di darsi ancora tre mesi di tempo prima di abbandonare definitivamente il progetto. I tre mesi passano e non è successo ancora nulla. Ma lui non rispetta il patto con se stesso perché è convinto di avere in mano qualcosa che potrà, davvero, cambiare in meglio la vita delle persone.glancee

Un giorno legge, su una nota rivista online specializzata in IT, un articolo che tratta di un’applicazione simile alla sua, commenta il pezzo e il suo post attira l’attenzione dell’autore. Tutto quello che non è successo in anni di lavoro, accade all’improvviso: riceve diverse proposte di investimento ed è allora che comincia ad entrare in contatto con grosse aziende del settore. Tramite ex colleghi di ricerca conosce il direttore della produzione di Facebook, Peter Deng, con il quale si instaura subito una buona sintonia. Da lì all’incontro con il numero uno dell’azienda il passo è breve. A Mark Zuckerberg basta una chiacchierata di mezz’ora con Andrea, il tempo di rimanere conquistato dall’usabilità dell’app, elegante e funzionale e che, soprattutto, fa consumare poca batteria. Nella primavera del 2012 Facebook acquista Glancee per una cifra mai resa pubblica, e Zuckerberg porta Andrea a lavorare con lui, nella leggendaria Silicon Valley.

Se pensate che la morale di questa storia sia che è meglio fare le valigie alla volta dell’America, la risposta la lasciamo ad Andrea Vaccari: “No. La verità è che noi italiani siamo molto bravi a brontolare. Per avere successo bisogna solo rimboccarsi le maniche e lavorare: molta gente frequenta le comunità on line, a loro consiglio di smettere di postare e cominciare a fare le cose. Racconto a tutti come siamo partiti, gli alti e bassi perché ci sono stati entrambi. Il messaggio non è dovete mollare l’Italia e venire qui, ma che servono forte volontà, persistenza, coraggio e voglia di fare”.

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