Amedeo Della Valle: un talento italiano oltreoceano

Vi avevamo già chiesto, nell’articolo sulla carriera di Fabio Paratici, se eravate curiosi di sapere com’erano a scuola i personaggi che ora sono famosi. Oggi torniamo sull’argomento, con un’intervista del tutto inedita ad un giocatore del campionato di basket italiano che proviene da un’esperienza negli Stati Uniti, e che studente lo è stato fino a pochissimo tempo fa. Si tratta di Amedeo Della Valle, e se non lo conoscete è questa l’occasione giusta per farlo.

amedeo 2Amedeo Della Valle è due cose contemporaneamente. Per prima cosa, è un giocatore chiave del futuro del nostro basket nazionale, ruolo che si è guadagnato vincendo il titolo di MVP e la medaglia d’oro agli Europei Under-20 dello scorso luglio. Allo stesso tempo, però, è anche un ragazzo di 21 anni che tre anni fa ha deciso di andare dall’altra parte dell’oceano per fare un’esperienza di vita e diventare uno student athlete – ovverosia uno studente la cui educazione è pagata attraverso una borsa di studio offerta dall’università per meriti sportivi – prima in un liceo e poi in un college americano.

Viene da Alba (CN) ed è figlio d’arte – il padre Carlo ha giocato per 18 anni ad alto livello tra Torino, Livorno, Vigevano, Roma e Pistoia – e ha fatto le giovanili a Casale Monferrato, facendo il suo esordio in LegaDue sotto coach Marco Crespi, che ora allena il Montepaschi Siena. Dopo un ottimo europeo Under-18 ha ricevuto l’offerta di Findlay Prep, un liceo di Henderson, città a 20 km da Las Vegas, specializzato nel preparare giocatori di basket con un futuro a livello universitario e, possibilmente, anche da NBA. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui sulla sua esperienza scolastica negli Stati Uniti:

Quando hai scelto di andare negli States tre anni fa, quanto ha pesato la parte scolastica?
«Devo dire tanto. La motivazione principale è stata quella di imparare una nuova lingua, perché in Italia non si riesce a studiare l’inglese seriamente, mancano proprio le possibilità per farlo. Sono sempre stato interessato a continuare gli studi, anche spinto dai miei genitori che mi hanno sempre consigliato – anzi, direi obbligato – ad andare bene a scuola: non dovevo essere il primo della classe, ma almeno tenere una media decente per passare bene l’anno».

Quando hai deciso di partire, cosa ti aspettavi dalla tua esperienza americana?
«Non sapevo esattamente cosa aspettarmi: sono andato a Las Vegas senza conoscere nessuno, a 15 ore da Alba, la mia città. È stata un po’ la mia sfida, però devo dire che ci ho messo poco a trovarmi bene: noi atleti vivevamo in una sorta di foresteria in due case diverse, un concetto abbastanza comune anche da noi, anche se c’è da dire che le loro ‘foresterie’ erano un po’ più grandi rispetto a quelle che siamo abituati in Italia».

Che ricordi hai di quel primo anno?
«È stato un periodo di transizione, perché all’inizio il mio inglese non mi permetteva di esprimermi bene con tutti, ma a fine anno la mia confidenza con la lingua era aumentata tantissimo. I ricordi migliori sono sicuramente quelli con i miei compagni di squadra del tempo, con cui sono riuscito a sviluppare davvero un buon rapporto».

amedeoDopo aver fatto l’ultimo anno di liceo in Nevada, Amedeo ha scelto di andare a Columbus, nell’Ohio, per frequentare la prestigiosa università di Ohio State, che ha grandissima tradizione nello sport, specialmente nel basket e nel football. Una scelta sportiva, certo, ma anche una scelta scolastica, perché comunque ha dovuto sedersi nei banchi di scuola come gli altri 60.000 studenti dell’ateneo. Amedeo è diventato per loro anche una sorta di “idolo”, sia per il caratteristico taglio di capelli (tanto che i tifosi della squadra hanno creato un account Twitter chiamato @DellaVallesHair) che per il suo suo aspetto da “ragazzo normale”. Dopo aver trovato poco spazio in squadra, Amedeo è tornato in Italia per giocare da professionista a Reggio Emilia con un contratto pluriennale. Dettaglio che, per un ragazzo di soli 21 anni, è tutt’altro che secondario.

Che corsi hai frequentato a Ohio State?
«
Ho fatto Economia e Commercio, e mi è piaciuto molto. Devo dire che i corsi non mi sono sembrati così difficili, ma sono comunque impegnativi, specialmente se molto del tuo tempo va via tra allenamenti, trasferte e partite legate alla stagione della squadra di basket. Penso che prima o poi finirò i miei studi negli Stati Uniti, anche se ora con la mia carriera qui in Italia non saprei dire quando. Si vedrà».

Che differenze hai trovato tra il sistema americano e quello italiano?
«A mio modo di vedere è soprattutto la mentalità ad essere diversa. In un ambiente come quello del college, dove sono tutti giovani, si vive una vita molto più tranquilla, mentre in Italia c’è più ansia, più casino, anche legata al momento storico e al problema del lavoro. Se prendiamo l’immagine del college americano che ci viene dai film, dai party a tutto il resto, diciamo che non è esattamente tutto così bello… però non ci va neanche tanto lontano!».

Se un ragazzo volesse fare un’esperienza come la tua, cosa gli consiglieresti di fare?
«La prima cosa è di contattare direttamente le scuole, perché hanno grande esperienza nel trattare con studenti in arrivo dall’Europa e sono molti bravi con moduli, documenti e tutto il resto… Il problema è ovviamente il costo: non saprei dirvi quanto costa il liceo che ho frequentato, ma l’educazione al college è molto costosa, e molti risparmiano per tutta una vita per potersela permettere».

Consiglieresti l’esperienza a un tuo coetaneo?
«Assolutamente sì, al 100%».

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